Sudan, tre anni di guerra: perché questa è la peggiore crisi alimentare del mondo

Mallory Matheson per Azione Contro la Fame 2

Nel Sudan devastato dalla guerra, oltre 28,9 milioni di persone — più della metà della popolazione — vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Due delle tre carestie ufficialmente dichiarate nel mondo si trovano in questo paese. A tre anni dall’inizio del conflitto, la domanda nelle comunità più colpite non è più “cosa mangeremo”, ma “chi mangerà”.

È la frase di Ikhlaa, sfollata nel Darfur del Nord, a restituire la dimensione di quello che sta accadendo. Una frase che condensa una realtà insostenibile: famiglie che non riescono a garantire un pasto al giorno, non perché manchino le risorse in assoluto, ma perché la guerra ha distrutto ogni meccanismo che permetteva al cibo di arrivare sulle tavole.

La fame come conseguenza diretta del conflitto

Dal 15 aprile 2023, data di inizio del conflitto tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido, il Sudan ha subito una disgregazione sistematica del proprio sistema alimentare. I contadini vengono uccisi, i campi bruciati, i mercati chiusi o soggetti a tassazioni predatorie. Attraversare una zona di combattimento per comprare o trasportare cibo è diventato un atto che può costare la vita.

Un rapporto pubblicato il 13 aprile 2026 da cinque grandi organizzazioni umanitarie — tra cui Azione Contro la Fame, CARE International, IRC, Mercy Corps e Norwegian Refugee Council — documenta nel dettaglio come il percorso del cibo dalla fattoria al mercato, e dal mercato alla tavola, sia diventato in Sudan un tragitto pericoloso e spesso letale. Le cucine comunitarie, ultimo rifugio per molte famiglie, stanno chiudendo o riducendo i pasti del 50% o più per mancanza di fondi.

«La fame è conseguenza diretta del conflitto, che sta distruggendo i mercati, interrompendo i raccolti e bloccando le rotte commerciali e la consegna degli aiuti umanitari» — Samy Guessabi, Direttore Paese di Azione Contro la Fame in Sudan

Due carestie su tre nel mondo sono in Sudan

La dichiarazione ufficiale di carestia viene emessa solo nei casi più estremi. In questo momento, delle tre carestie riconosciute a livello globale, due si trovano in Sudan: a El Fasher e a Kadugli, entrambe dichiarate nel 2025. Altre aree del paese sono considerate a rischio significativo di carestia nel breve termine.

Dei 28,9 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta, 10 milioni vivono livelli di fame estrema.

La crisi di sfollamento più grande del mondo

Il conflitto ha prodotto anche la più grande crisi di sfollamento attualmente in corso a livello globale: quasi 14 milioni di persone hanno lasciato le proprie case. Circa 10 milioni sono sfollati interni, circa 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sudan del Sud. Un numero che supera del doppio le altre grandi crisi mondiali: la Siria conta 7 milioni di sfollati, la Repubblica Democratica del Congo 6 milioni, lo Yemen 5 milioni.

«Non si tratta solo di numeri. Le famiglie sono costrette a spostarsi ripetutamente, interrompendo le cure, l’accesso al cibo, all’acqua e aumentando il rischio di violenza di genere» — Samy Guessabi

Le donne, le più colpite

In questa crisi, le donne e le ragazze sono le più vulnerabili. Le famiglie con capofamiglia femminile hanno tre volte più probabilità di trovarsi in stato di insicurezza alimentare rispetto a quelle con capofamiglia maschile. Meno del 2% di queste famiglie è considerato al sicuro dalla fame.

La violenza sessuale e di genere, documentata dalle Nazioni Unite come arma di guerra sistematicamente impiegata nel conflitto, limita ulteriormente la capacità delle donne di accedere al cibo e ai servizi essenziali. L’ONU ha definito quello in corso in Sudan un “conflitto di atrocità” contro i civili.

Infrastrutture al collasso, finanziamenti insufficienti

Nelle zone di conflitto, circa l’80% dei centri sanitari e il 60% dei sistemi idrici non sono operativi. La risposta umanitaria necessita di 2,87 miliardi di dollari, ma è finanziata solo al 16%. Nel 2025, l’intero Piano di risposta umanitaria per il Sudan era coperto solo al 40%, con il settore della ripresa precoce finanziato all’1%.

Insicurezza, ostacoli amministrativi e difficoltà di accesso fisico continuano a bloccare l’arrivo degli aiuti nelle aree più colpite.

Il lavoro di Azione Contro la Fame

Dall’inizio del conflitto, Azione Contro la Fame ha raggiunto quasi due milioni di persone in Darfur, Kordofan, Nilo Azzurro, Nilo Bianco e Mar Rosso, con programmi di nutrizione, salute, acqua potabile, igiene e protezione dalla violenza di genere.

L’organizzazione supporta anche percorsi di autonomia economica: donne come Eisa (nome di finzione), che per mesi non riusciva a garantire un pasto alla propria famiglia, oggi partecipa a programmi di educazione finanziaria e formazione nella conservazione degli alimenti. «Ora vendiamo cipolle, olio, okra e pomodori secchi al mercato», racconta.

A tre anni dall’inizio del conflitto, Azione Contro la Fame chiede con urgenza la cessazione delle ostilità, la protezione dei civili, un accesso umanitario garantito e risorse adeguate per rispondere a una delle crisi più gravi mai registrate.

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