Non profit italiano: la fotografia del Censimento ISTAT 2024

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Il 66,6% delle istituzioni non profit italiane lavora per il benessere della collettività in generale. Il 33,4% per i propri soci. È il primo dato che salta agli occhi nei risultati preliminari del Censimento permanente delle istituzioni non profit, riferiti all’anno 2024 e diffusi dall’ISTAT il 4 giugno 2026. In totale gli enti attivi sono 368.364, un universo calibrato sul Registro statistico aggiornato al 2023.

Dietro la distinzione tra orientamento mutualistico e di pubblica utilità c’è una domanda antica del settore: il non profit serve chi ne fa parte o serve tutti? La risposta dei numeri è netta. Due enti su tre producono servizi destinati a chiunque, non solo a chi ha una tessera in tasca.

La struttura: un settore di associazioni

La composizione del settore non riserva sorprese, ma vale la pena rimetterla in fila. Su 368.364 istituzioni, 314.172 sono associazioni (85,3%), 30.961 hanno altre forme giuridiche come comitati ed enti ecclesiastici (8,4%), 14.344 sono cooperative sociali (3,9%) e 8.886 fondazioni (2,4%).

Quanto ai settori di attività, lo sport è il primo comparto del non profit italiano con 118.674 enti, quasi un terzo del totale. Seguono le attività ricreative e di socializzazione (60.499 enti) e quelle culturali e artistiche (57.026). Insieme, sport, ricreazione e cultura coprono il 64% del settore. L’assistenza sociale e protezione civile conta 34.679 enti, le relazioni sindacali e di rappresentanza 24.671, la religione 16.307, l’istruzione e ricerca 12.987, la sanità 11.878.

C’è poi il capitolo delle finalità dichiarate. Il quesito ammetteva più risposte, e gli enti se ne sono avvalsi: il 48,3% indica come mission il sostegno e supporto di soggetti deboli o in difficoltà, il 43,3% la promozione e tutela dei diritti, il 43,1% la cura e lo sviluppo di beni comuni. Anche l’ente sportivo di quartiere, in molti casi, si riconosce in una finalità che va oltre il campo da gioco: tra le organizzazioni sportive, oltre 42.000 dichiarano la promozione e tutela dei diritti tra le proprie finalità.

Chi si prende cura delle persone con disagio?

Il 13,3% degli enti, 48.868 in valore assoluto, rivolge la propria attività a categorie di persone con specifici disagi. La categoria più seguita è la disabilità fisica e intellettiva, indicata dal 51,9% di questi enti. Seguono le persone in difficoltà economica o lavorativa (30,7%), i minori (28,3%) e le persone con disagio psico-sociale (25,3%).

La geografia per settori è quella attesa: l’assistenza sociale concentra la quota più alta di enti orientati al disagio, 19.284 su 34.679, cioè più di uno su due. Ma colpisce la trasversalità: 7.090 enti sportivi, 6.257 enti ricreativi e 2.707 enti culturali lavorano con persone in condizione di fragilità. Il welfare, in Italia, passa anche dalle palestre e dai circoli.

Un dato dentro il dato: tra gli enti orientati al disagio, 4.257 si occupano di persone senza dimora, 3.153 di dipendenze patologiche, 2.557 di persone detenute o ex detenute. Sono numeri piccoli rispetto all’universo, ma raccontano presidi che spesso nessun altro soggetto, pubblico o privato, copre.

Un digitale a due velocità

L’81,3% degli enti dispone di una connessione internet. Il dato si può leggere al contrario: 68.800 organizzazioni circa, quasi una su cinque, non ha alcuna connessione. E tra chi è connesso, il 41,2% si affida solo a una connessione mobile: niente linea fissa, si lavora con lo smartphone.

Sul piano degli strumenti, 256.099 enti usano almeno una tecnologia digitale. Le applicazioni mobile sono le più diffuse (185.625 enti), seguite dalle piattaforme digitali (158.168). Poi il vuoto: i servizi di cloud computing riguardano il 12,6% del totale degli enti, l’Internet delle Cose il 2,3%, gli strumenti di analisi dei big data l’1,5%. Robotica, stampa 3D e blockchain restano marginali.

E i 111.104 enti che non usano alcuna tecnologia? Il 73% dichiara che il digitale non è rilevante per le attività svolte, una risposta che per migliaia di piccole associazioni di volontariato è semplicemente realistica. Ma il 15,8% indica la mancanza di risorse finanziarie, il 12% la carenza di personale qualificato in ambito ICT, il 7,6% la scarsa cultura digitale interna. Quando il digitale manca, insomma, non è quasi mai per scelta ideologica: mancano soldi e competenze.

Le reti: il Comune resta il primo alleato

Il 90,5% degli enti ha avuto nel 2024 relazioni significative con altri soggetti, persone o istituzioni. Le persone prima di tutto: soci (74,6%), destinatari delle attività (49,0%), volontari (41,0%).

Tra le istituzioni, il primato è dei Comuni, interlocutori del 46,4% degli enti. Molto più indietro gli altri soggetti del non profit (20,9%), le scuole e università pubbliche (18,6%), le Regioni e Province autonome (14,6%). Il non profit italiano vive nei municipi: è lì che trova spazi, convenzioni, patrocini e finanziamenti. Non a caso i Comuni sono anche il primo soggetto per fornitura gratuita di spazi e strumenti e per finanziamento delle attività.

C’è anche un dato sulla qualità delle relazioni. L’81,5% degli enti ha consultato i propri stakeholder per definire le attività, oltre la metà li ha coinvolti nella progettazione (53,6%) e nella realizzazione dei progetti (55,2%), il 38,1% nel monitoraggio e nella valutazione dei risultati. Sono pratiche partecipative dichiarate, da prendere con la cautela che meritano le autodichiarazioni. Ma il quadro complessivo descrive un settore che le proprie comunità le ascolta davvero.

Come leggere questi numeri

Una avvertenza metodologica, doverosa. Quelli diffusi il 4 giugno sono risultati provvisori della rilevazione campionaria condotta nel 2025 con riferimento al 31 dicembre 2024, calibrati sul Registro statistico 2023. I risultati definitivi arriveranno nel corso del 2026. Per il contesto: il Registro 2023 contava 368.367 istituzioni attive con circa 949.200 dipendenti, con il Nord che ospita quasi la metà degli enti.

La fotografia che esce da questa edizione del Censimento è quella di un settore enorme, leggero e radicato: pochi dipendenti concentrati in una minoranza di organizzazioni, una maggioranza di piccole associazioni che vivono di soci e volontari, un legame strettissimo con i territori e i loro Comuni. E una transizione digitale che procede, ma a due velocità: avanti chi ha risorse e competenze, ferma chi non le ha.

Domande frequenti

Quante sono le istituzioni non profit in Italia? 368.364 secondo i risultati preliminari del Censimento permanente ISTAT riferiti al 2024, diffusi il 4 giugno 2026.

Cosa significa orientamento mutualistico e di pubblica utilità? Un ente mutualistico rivolge i propri servizi ai soci; uno di pubblica utilità alla collettività in generale. Nel 2024 il 33,4% degli enti è mutualistico, il 66,6% di pubblica utilità.

Qual è il settore di attività più diffuso nel non profit italiano? Lo sport, con 118.674 enti pari al 32,2% del totale. Seguono attività ricreative (16,4%) e culturali (15,5%).

Quanti enti non profit si occupano di persone con disagio? 48.868, il 13,3% del totale. Le categorie più seguite sono disabilità fisica e intellettiva (51,9%), difficoltà economiche e lavorative (30,7%) e minori (28,3%).

Il non profit italiano è digitalizzato? In parte. L’81,3% degli enti ha una connessione internet e il 69,5% usa almeno una tecnologia digitale, ma il cloud computing si ferma al 12,6% e l’analisi dei big data all’1,5%.


Fonte: ISTAT, Censimento permanente delle istituzioni non profit, anno 2024 (dati provvisori), diffuso il 4 giugno 2026. Dati di contesto: ISTAT, Struttura e profili del settore non profit, anno 2023.

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