Consumiamo più di quanto possiamo permetterci. Che cos’è l’impronta ecologica?

Quante risorse del pianeta stiamo consumando? Il nostro stile di vita è sostenibile? Quanto possiamo andare avanti, prima che le risorse finiscano inesorabilmente?

È sempre più acceso il dibattito sulla sostenibilità ambientale e sul consumo di risorse, soprattutto negli ultimi anni. Probabilmente perché ci si è accorti che, andando avanti così, il nostro Pianeta terminerà molto presto le risorse che ci permettono di continuare a produrre.

Insomma, meglio tardi che mai.

Infatti, la maggior parte dei paesi del mondo (circa l’80%) vive in una condizione di deficit biologico. In altri termini, consuma più risorse di quanto il proprio territorio può rinnovare.

Rischiamo quindi, di trovarci in un punto di non ritorno. Ma esiste un indicatore per misurare il nostro consumo di risorse, in relazione all’ambiente in cui viviamo? Sì, si chiama Bilancio Ecologico.

Proviamo a capire di cosa si tratta.

Impronta ecologica e biocapacità

Il bilancio ecologico si basa su un semplicissimo rapporto – misurato in ettari globali – tra due variabili: l’impronta ecologica e la biocapacità.

Per impronta ecologica, si intende la quantità di aree, di terraferma o acqua, e di risorse naturali, di cui una popolazione ha bisogno per la produzione, l’urbanizzazione e lo smaltimento di rifiuti. In altri termini, l’impatto delle nostre vite sulle risorse del pianeta terra.

Stiamo parlando di:

  1. terreni agricoli;
  2. pascoli;
  3. aree di pesca;
  4. superfici urbane;
  5. superfici forestali;
  6. domanda di carbonio;

La facoltà di assorbire tale produzione, invece, è la biocapacità. Essa può dipendere da fattori intrinsechi dell’ecosistema, ma anche dai servizi ecologici erogati dalle amministrazioni locali e globali.

Deficit ecologico

Cosa succede, quindi, quando l’impronta ecologica di una popolazione supera la sua biocapacità? Siamo di fronte a una situazione di deficit ecologico. In pratica, la sua domanda di beni e servizi è superiore alla sua capacità di assorbirne la produzione. A partire da quel momento, insomma, quella regione sta consumando più di quanto possa sostenere.

Facciamo un esempio. Immaginiamo una regione con un sistema economico basato sulla pesca di una particolare specie di pesci. Avremo un deficit ecologico quando la pesca intensiva di tale specie supererà la sua capacità di riprodursi, con il risultato che, in un determinato momento, non ci saranno più quei pesci a disposizione.

Come è facile immaginare, le conseguenze saranno deleterie sia dal punto di vista dell’impatto ambientale, che da quello delle economie locali.

In caso contrario, quando l’impronta ecologica è minore rispetto alla biocapacità, allora ci sarà una riserva ecologica.

La situazione mondiale

A partire del 1970 la terra è in forte deficit ecologico. Oggi, si calcola che l’umanità utilizza l’equivalente di una terra e mezza per la produzione. In altri termini, per rigenerarsi dalla produzione di un anno, la terra impiega un anno e 6 mesi: il 2 agosto 2017 è stato l’overshoot day.

Se continuiamo così, ben presto avremmo esaurito tutte le risorse rinnovabili del pianeta e inizieremo a consumare più di quanto possiamo permetterci. Anzi, prestissimo: nel 2020 il nostro fabbisogno supererà del 75% la capacità del pianeta di rigenerarsi. E dal 2030 avremmo un fabbisogno di risorse equivalente a 2 Terre l’anno.

Per questo motivo, è necessario investire in infrastrutture e tecnologia che possano limitare l’utilizzo di risorse. Ma, soprattutto, puntare su un cambiamento radicale dei nostri stili di vita, orientati alla sostenibilità.

Secondo il Global Footprint Network, il cambiamento deve avvenire soprattutto all’interno dei principali centri urbani del pianeta.

La maggior parte dell’impatto ambientale, derivato dall’impronta ecologica, di ogni nazione, viene proprio dalle città. Ecco perché le amministrazioni dovrebbero intervenire tempestivamente.

Vuoi misurare il bilancio ecologico delle singole regioni? Clicca qui.

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