La liberazione di Alberto Trentini, cooperante umanitario italiano trattenuto in Venezuela per oltre 400 giorni, è una notizia che va oltre il singolo caso personale. È un fatto che interroga direttamente il mondo della cooperazione internazionale e, in particolare, il ruolo delicato dei cooperanti italiani che operano in contesti politici instabili, spesso privi di reali garanzie giuridiche.
Trentini, 46 anni, originario del Lido di Venezia, si trovava in missione per la ONG Humanity & Inclusion, organizzazione internazionale impegnata nella tutela delle persone con disabilità e delle fasce più vulnerabili della popolazione, quando è stato arrestato in Venezuela nel novembre 2024. La sua detenzione è avvenuta senza accuse formali, senza un processo e con contatti estremamente limitati con l’esterno.
Il lavoro dei cooperanti: neutralità, competenze e rischi crescenti
I cooperanti internazionali operano in aree segnate da crisi umanitarie, conflitti, repressione politica o fragilità istituzionale. Il loro ruolo è spesso quello di garantire servizi essenziali – sanitari, educativi, sociali – a comunità che altrimenti ne sarebbero completamente escluse. La cooperazione si fonda su principi di neutralità, indipendenza e umanità, ma questi principi non sono sempre riconosciuti o rispettati dai governi e dagli attori locali.
Il caso di Alberto Trentini mostra con chiarezza come i cooperanti possano diventare, loro malgrado, ostaggi politici o strumenti di pressione diplomatica. L’assenza di accuse, la prolungata detenzione e il silenzio istituzionale che spesso accompagna questi casi rendono il lavoro umanitario sempre più esposto a rischi non solo fisici, ma anche legali e psicologici.
Cooperanti italiani ancora detenuti o colpiti nel mondo
La vicenda di Trentini non è isolata. Negli anni, diversi cooperanti italiani sono stati arrestati, rapiti o trattenuti in contesti di crisi. Alcuni casi hanno avuto grande visibilità mediatica, come il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta in Iraq nel 2004. Altri, invece, restano ai margini dell’attenzione pubblica.
Secondo stime del Ministero degli Esteri, sono migliaia i cittadini italiani detenuti all’estero, e tra questi rientrano anche operatori umanitari e cooperanti impegnati in missioni internazionali. In diversi Paesi – dall’Africa subsahariana al Medio Oriente, fino ad alcune aree dell’America Latina – il personale umanitario continua a essere arrestato o trattenuto con accuse poco chiare, in violazione dei principi del diritto internazionale.
Ogni cooperante detenuto rappresenta non solo una vita sospesa, ma anche un progetto umanitario interrotto, comunità lasciate senza supporto e un segnale negativo per l’intero sistema della cooperazione.
Una responsabilità collettiva
La liberazione di Alberto Trentini è una notizia positiva, ma non può chiudere il dibattito. Al contrario, dovrebbe rafforzare una riflessione collettiva su come tutelare meglio chi sceglie di lavorare nella cooperazione internazionale.
Servono investimenti più forti nella formazione alla sicurezza, strumenti di protezione legale e diplomatica preventiva e un impegno politico costante per il riconoscimento del ruolo dei cooperanti come attori civili, non ostili e non strumentalizzabili.
I cooperanti italiani continuano a rappresentare un presidio fondamentale di solidarietà, competenza e presenza umana nei contesti più difficili del pianeta. La loro sicurezza non è una questione marginale, ma un indicatore concreto della credibilità della cooperazione internazionale e del rispetto dei diritti umani.
