7 consigli per l’ Ufficio Stampa nel non profit [Video]

di Francesco Bizzini

Ma che ne sai tu di un campo di grano?”. Giustissima osservazione amico che frequenti assiduamente Passione Non Profit. Che ne so io di ufficio stampa per il non profit se per il 90% della mia (breve) carriera lavorativa l’ho passata al servizio del privato, del mercato e del profitto (altrui)?

Mi è però capitato ultimamente di mollare quell’ambito per operare al fianco di un’associazione e questo mi è bastato per dover ripensare ai miei strumenti, analizzare quello che potevo riutilizzare e scartare quello che non mi serviva più.

Risultato? Mi sto divertendo e voglio condividere con voi un po’ di pensieri sparsi sull’argomento, consapevole di essere sempre dietro ad imparare cose nuove e di non essere assolutamente arrivato. Anzi.

    1. Essere più sfacciati, la parola d’ordine – una cosa che ho notato arrivando dal profit è che il giornalista che si occupa di materie “sociali” è di solito trattato malissimo all’interno della gerarchia redazionale. Dobbiamo allora coccolarlo, assolutamente. Diamogli la giusta considerazione (che in quanto lavoratore merita). Lui, prima che i capoccia della nostra associazione/organizzazione, è il nostro vero datore di lavoro. Nel profit, infatti, loro, prima che il tuo cliente, sono la “tetta” dalla quale dipende la tua esistenza. E nel noprofit deve essere la stessa cosa. Un giornalista felice è un giornalista che (tendenzialmente) farà felice anche i tuoi capoccia e se loro sono felici, anche tu lo sarai.
    2. Rinnoviamo le nostre mailing, sempre – L’Ufficio stampa vive di contatti, vive di numeri di cellulare. Non lasciamo che la mailing della nostra associazione abbia ancora contatti di gente scomparsa con l’ultima peste. Telefoniamo spesso alle redazioni (se non abbiamo altri momenti di incontro) e chiediamo se in redazione è cambiato qualcosa, se i contatti sono ancora quelli o si è aggiunto qualcuno. Collezioniamo in stile stalker più biglietti da visita possibile. Senza abusarne, un cellulare di un giornalista, vale oro, chiediamolo!
    3. Il mondo è fuori, usciamo dalle nostre scrivanie – L’Ufficio stampa non è solo roba da scrivania e sedia comoda. Troviamo il tempo di recarci di persona nelle redazioni (magari approfittando di un contatto, offrendo un caffè). Dai contatti umani nascono le idee e così oltretutto si attenua quel senso di insofferenza che spesso i giornalisti provano quando li chiami – senza conoscerli – al telefono. Una chiacchierata stempera ogni diffidenza. Ogni caffè offerta toglie del 60% i possibili “vai a quel paese” in fase di recall.
    4. I tempi, lanciare i comunicati alle 17.00 è inutile – Nel profit l’Ufficio Stampa viene valutato secondo il numero e il peso delle uscite. Zero uscite, in poche parole, potrebbe significare perdere anche contratti da decine di migliaia di euro. Questa “sacra paura” deve essere allora volano del nostro operare pure in un contesto noprofit, anche se poi abbiamo lo stipendio garantito comunque. Quindi le notizie devono uscire a metà mattina seguendo la storica “cascata”, cioè prima le agenzie, poi i quotidiani (tendenzialmente dopo pranzo), poi il web. E recall, recall, ancora recall (ma questo che ve lo sto a dire?).
    5. Non vi ascoltano? Portiamo i risultati (positivi) – Anche i settimanali e i mensili hanno il loro tempo di lavorazione, nel primo caso, il materiale deve essere consegnato anche due settimane prima, nel secondo un paio di mesi prima. Non si sfugge. Certo, ma come fare se i nostri responsabili non ci consegnano il materiale in tempo? Proviamo una volta ad anticipare noi (anche a costo di una lavata di capo) e a chiudere quella segnalazione su Donna Moderna o su Maxim, o su L’Espresso. Quando il capoccia si troverà in pagina, andrà in brodo di giuggiole e la volta dopo avrete tutto in tempo e vi perdoneranno la “bravata”.
    6. Rompiamo gli schemi, il noprofit tira più di un carro di buoi non pensiamo sempre e solamente alle testate “amiche” del nostro settore (siano comunque benedette). La nostra missione è quella di introdurci nelle redazioni dove di solito se ci vedessero direbbero “no, grazie, non compro nulla”. Come si fa? Ancora una volta telefonando o andando di persona in segreteria di redazione, chiedendo a chi potrebbe interessare la nostra storia, prendendo contatto, mantenendo, tornando, mandando regalini (perché no, un pensierino di Natale, una cartolina, fa sempre piacere).
    7. Abbasso le conferenze, viva la colazione – diciamoci la verità, non siamo ufficio stampa di Lady Gaga e al 75% dei giornalisti della nostra città non frega una beneamata mazza di quello che facciamo. Bene, invece di prenotare auditorium, proiettori e perdere ore nell’invitare gente che non passerà mai (ma che ve lo sto a dire?), perché non far sedere davanti a brioches e caffè i nostri capoccia invitando pochi (ma buoni) giornalisti selezionati, offrendo la colazione e lasciando che dalla chiacchiera in una bella caffetteria nascano le domande e dalle domande l’interesse per dei pezzi di peso?

Queste sono solo poche cose che possiamo fare per fare del buon “ufficio stampa” anche per il noprofit. Sono cose che dobbiamo ripeterci ogni benedetto giorno, perché il sedersi sugli allori è un pericolo che colpisce me, voi, noi tutti. E il primo che deve darsi da fare sono io, insomma, che sono un lazzarone. E per il resto vale ciò che diceva il mitico Jack Burton del Porkchop Express: “Come dicevo sempre alla mia ultima moglie, io mi rifiuto di guidare più veloce di quanto possa vedere, e a parte questo è solo una questione di riflessi”. Buon lavoro.

Francesco Bizzini

Francesco Bizzini – Ufficio Stampa non profit


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