Manifesto per un non-profit responsabile

– di Paolo Ferrara –

 

L’amico Francesco Quistelli ha scritto un bellissimo post sulla libertà di fare fundraising in questo paese, elencando una serie di cose che questo settore dovrebbe ottenere.

Sono d’accordissimo, e anzi allungherei la lista, ma un po’ per cultura personale e un po’ a cagione degli ultimi eventi che hanno toccato il non profit (vedi l’articolo di Barbara Bagli qui e quello di Cohen Cagli qui, come esempi)  voglio uscire dalla logica della rivendicazione e voglio proporvi un contro-manifesto, o meglio un manifesto della responsabilità del non-profit. Eccolo qui:

– voglio un non-profit capace di darsi delle regole chiare di etica, effettivi strumenti  di controllo (va bene fare un codice sul face to face, ma se poi non siamo in grado di controllare la filiera delle nostre attività di fundraising stiamo solo giocando con la fiducia dei donatori) e meccanismi sanzioni sanzionatori;

– voglio un non-profit trasparente: in cui la governance, i rapporti di parentela, gli interessi collegati, gli stipendi di dirigenti e manager, le politiche retributive e del lavoro, le tipologie di investimento e le percentuali di allocazione delle risorse siano pubblici e verificabili attraverso un sito sul modello di Charity Water;

– voglio un non-profit snello e semplificato: chi non sta alle regole di trasparenza e governance è fuori perdendo ogni tipo di beneficio fiscale, ogni tipo di accesso a contributi pubblici e a forme di aiuto come il 5*1000. Chi non è a posto nei suoi primi tre anni di attività non lo ottiene neanche lo status di onlus e con esso tutte le agevolazioni fiscali e i benefici (che invece oggi spettano a molti enti non commerciali non onlus);

– voglio un non-profit rispettoso nella comunicazione al pubblico e sottoposto alle stesse regole di autogoverno pubblicitario delle aziende profit;

– voglio un non-profit rispettoso delle diversità (a partire dalle situazioni di maternità) e del lavoro che applichi minimi salariali onesti e politiche di crescita interna trasparenti;

– voglio un non-profit un passo avanti: siamo quelli che vogliono cambiare il mondo? Dimostriamolo! Perché non introdurre nel nostro settore, per esempio,  l’obbligo delle quote rosa? O del congedo di paternità?

– voglio un non-profit onesto, aperto a tutti gli interlocutori, collaborativo (se non porti la tua voce insieme a quella di qualcun altro non ti ascolto nemmeno!), e capace di trattare i donatori alla pari senza spocchia di superiorità e comportamenti omertosi;

– voglio un non-profit innovativo, che offra soluzioni originali ed efficaci ai problemi della società, qui e nel sud del mondo, senza replicare modelli triti e ritriti che danno risposta a problemi già affrontati da altri e in modo identico.

Io penso che un non-profit che abbia fatto un passo avanti in questa direzione la smetterebbe di essere percepito come cialtrone, vecchio, fastidioso, chiassoso, dilettante e insistentemente postulante (con il risultato di precipitarci agli ultimi posti nell’indice della generosità mondiale, vedi link) e potrebbe rivendicare, con forza e autorevolezza, il diritto a essere lasciato libero di agire, senza troppi lacci e lacciuoli, nelle sue politiche di raccolta fondi meritandosi tutti quei vantaggi (e molti di più) che la bontà delle sue cause merita.
E voi sareste disposti a firmare un manifesto così? Cosa ci mettereste in un manifesto sulla responsabilità del non-profit?

 

http://fundraisingnow.wordpress.com/2012/01/25/manifesto-per-un-non-profit-responsabile/

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