La carità uccide?

Gli aiuti e i progetti di cooperazione internazionale: un’elemosina che costringe i paesi destinatari a una perenne immaturità economica e contribuisce a diffondere corruzione e peculato o strumento efficace e imprescindibile per la crescita delle realtà sottosviluppate?

Dambisa Moyo, nota economista, ritiene che “Gli aiuti hanno contribuito a rendere più poveri i poveri e a rallentare la crescita. Ciononostante, gli aiuti internazionali restano il pezzo forte dell’attuale politica di sviluppo e una delle idee più radicate del nostro tempo. Il concetto secondo cui gli aiuti possono alleviare la povertà sistemica, e che ci siano riusciti, è un mito. Oggi in Africa milioni di persone sono più povere proprio a causa degli aiuti, la miseria e la povertà invece di cessare, sono aumentate. Gli aiuti sono stati e continuano ad essere un totale disastro politico, economico e umanitario per la maggior parte del mondo in via di sviluppo” (La carità che uccide, Rizzoli 2010).

E voi cosa ne pensate? Partecipate attivamente scrivendo le vostre opinioni sul tema della cooperazione e degli aiuti internazionali.

Passionenonprofit propone le testimonianze di chi ha vissuto la cooperazione e vi ha dedicato tempo, energie e professionalità.

Enrica Biondi, cooperante, Nairobi (Kenia).

Mi sono avvicinata al mondo della cooperazione internazionale passo dopo passo, attraversando fasi molto diverse. La prima, mi piace definirla quella dei “super eroi” che con sciarpa e occhiali da sole salvavano bambini affamati e indifesi in paesi lontani e sconosciuti. In seguito ho scoperto che quelli erano semplici volontari, ragazzi tra i 18 e i 25 anni, che a loro spese offrivano il loro tempo a organizzazioni internazionali operanti nei paesi in via di sviluppo. Nella fase successiva la cooperazione internazionale è diventata un mondo immenso di diverse realtà, tutte operanti all’estero, tant’è che mi chiedevo quanto davvero ci fosse da fare per dare spazio a tutte loro. Ma avevano tutte, in ogni caso, il mio rispetto perché stavano sicuramente facendo del bene.

Qualche anno fa, ho avuto modo di iniziare a toccare con mano questa realtà, e tutt’ora, dopo numerose altre fasi, non riesco a trovare una figura migliore per descrivere il mondo della cooperazione internazionale se non quella di una pizza, la capricciosa.

L’impasto, ovvero gli ideali, lo scopo e la convinzione che possa davvero esistere un mondo diverso, più giusto, più bello e più sano per tutti è quello che accomuna coloro che vogliono e cercano di lavorare in questo settore; le modalità con cui si pensa di raggiungere questo scopo invece, sono infinite.

Nonostante sia ancora all’inizio della mia carriera, ho avuto modo di collaborare con realtà molto diverse tra loro.

Ho potuto seguire da vicino il funzionamento di una grande realtà come la FAO, definita da molti un “baraccone burocratico”, io in questa organizzazione mondiale ho avuto modo di vedere e imparare cosa significa conoscere davvero il contesto in cui si vuole operare. Ho capito che può essere utile, se non indispensabile, impiegare risorse economiche importanti per raggiungere una conoscenza specifica, mirata, rigorosa e completamente contestualizzata. Qualunque sia il nostro obiettivo, per capire Come raggiungerlo, dobbiamo innanzitutto capire Dove siamo. Certo è, che se queste informazioni partono da New York, si fermano a Roma, ripartono per Calcutta e poi arrivano in qualche piccola località dell’India del sud è probabile che qualcosa d’importante si perda per strada.

Nelle realtà più piccole invece, le informazioni magari sono meno rigorose, ma arrivano subito, anzi per la mia esperienza si formano sul campo. Saranno meno approfondite ma sicuramente attendibili.

Lo scorso anno ho avuto la possibilità di collaborare con un’Associazione Italiana di adozioni internazionali per 4 mesi a Nairobi.

Ho potuto lavorare a stretto contatto con sei diversi orfanotrofi sparsi nelle diverse baraccopoli che circondano la città, occupandomi della gestione e della coordinazione dei diversi progetti.

Lo scopo ultimo di tutte queste iniziative: tutelare i diritti di questi minori, e fare in modo che una volta fuori dall’istituto avessero le stesse capacità e potenzialità di qualsiasi altro minore del paese.

In poche parole si trattava di trovare un modo condiviso ed efficace per gestire le risorse economiche disponibili per offrire quante più possibilità si potesse a questi minori; e proprio in questo stava la sfida più grande. Trovare un modo condiviso.

Potrà sembrare un discorso vecchio, già sentito e magari superato, ma da ciò che ho potuto vedere io, le conseguenze di una cultura dell’aiuto portato già fatto, finito e deciso in un altro mondo per fare del bene, sono ancora molto presenti. Spesso i primi mesi di un progetto per la popolazione locale è il momento di dimostrare all’organizzazione internazionale che il loro aiuto non è necessario tanto quanto possa pensare; nel momento in cui accettano di collaborare con un ente internazionale devono immediatamente rimediare alla paura di perdere il loro ruolo nella società o in quel contesto.

Per anni si è pensato di avere a che fare con interi paesi “fuori dal mondo”, come se per loro il tempo si fosse fermato anni prima e l’unica soluzione fosse portare il progresso, tutto insieme, tutto in una volta. Invece secondo me non è così, si tratta soltanto di possibilità e dalle possibilità deriva l’esperienza, e dall’esperienza il tanto richiesto “know how”.

Il fatto che la popolazione locale si senta costantemente minacciata da una presenza esterna, per noi non è un punto di forza ma una grandissima difficoltà. Quello che ho potuto constatare è che per un cittadino di Nairobi non fa nessuna differenza se io sono una volontaria che sta cercando di aiutare degli orfani oppure una rappresentante di una multinazionale arrivata in Kenya per comprare ettari di terreno; sono comunque una persona di cui fidarsi poco, a cui dimostrare che non c’è bisogno del suo aiuto e se io voglio lavorare in quel contesto, io per prima devo dimostrare che non sono intenzionata a sottrarre nessuno dal proprio ruolo.

Durante i miei 4 mesi in Kenya ho avuto modo di conoscere anche molte persone ormai da anni nella cooperazione, da anni lontani da casa, e da tempo stanchi di dover lottare; qualcuno era anche stanco di dover sempre “spiegare tutto”.

In questi 4 mesi ho fatto un mio un famoso proverbio Keniota che recita: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”.

Rispecchia perfettamente quella che ad oggi è la mia convinzione, non esiste un solo e unico modo giusto, ma qualsiasi progetto deve comunque realizzarsi in un ottica di vera cooperazione, nel senso letterale del termine, dove non ci dev’essere sempre lo stesso che insegna e lo stesso che impara, ma piuttosto un dialogo. Mi piacerebbe pensare che la pizza capricciosa diventasse una margherita insomma: pochi, semplici e indispensabili ingredienti da combinare come si preferisce, ma il risultato sarà comunque buono!

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