La carità uccide? – parte 2

Mexico cooperazione

Continuate a postare le vostre opinioni sul tema della cooperazione e condividete le vostre esperienze!

Ecco una nuova testimonianza: rimaniamo nel continente africano ma questa volta in Tanzania. (Clicca qui per la prima parte dell’articolo)

Beatrice Mazzeo, project manager CAST, Dar (Tanzania):

Mi sono avvicinata al mondo della cooperazione per passione, passione cresciuta col tempo, passione innata, scaturita quasi da un senso inconscio che mi ha spinta, più o meno consapevolmente, a svolgere tutto il mio percorso di studi e di vita a riguardo.

La cooperazione è un mondo unico, forte e instabile, pieno di nobili obiettivi e contraddizioni: la cooperazione ancora non ha una vera definizione e una linea unica (sua grande forza e sua grande debolezza). A volte purtroppo inciampa su stessa: nel nome dello sviluppo, troppe volte ancora si fa del male. Si ragiona con la mentalità occidentale e solo in minima parte si da spazio alla cultura locale. Proprio questa, invece, dovrebbe essere la chiave di volta su cui costruire e organizzare i progetti di sviluppo.

La cooperazione si sta reinventando e ricostruendo, sta migliorando e imparando dai grandi errori degli anni ’80: è in quegli anni infatti che il mondo è stato spettatore del boom degli aiuti ma, accanto al bene, si è fatto anche molto male. Troppe sono state le ONG che sono arrivate nei vari paesi del così detto Terzo Mondo, vantandosi di aver in cantiere grandi cambiamenti per lo sviluppo e così è stato, per un breve periodo, lasciando poi però il vuoto: l’errore più grande è stato il non pensare al lungo periodo. E ora, i beneficiari di questi grandi interventi, ne subiscono le conseguenze ritrovandosi con pozzi rotti e nessuno a cui è stato fatto un corso di manutenzione. O ancora, intere strutture ospedaliere abbandonate nel giro di pochi anni perché non sono stati fatti corsi di management e accountability a chi di dovere: i soldi sono sfumati così nel vuoto, come nel vuoto sono finiti i posti di lavoro promessi e un campo una volta coltivato si ritrova con una mega struttura inutilizzata.

Tutto questo ha fatto crescere diffidenza da parte dei locali: ora come ora si vede l’interesse nei progetti, ci sperano e si appassionano ma, ancora, non si fidano e continuiamo a essere visti come “semplici” portatori di soldi per un periodo determinato. La vera svolta della cooperazione deve essere l’insegnamento: non il fare ma l’insegnare. Trasmettere conoscenze, aggiungere qualcosa alla loro stessa cultura, senza stravolgerla e voler insegnare la nostra. Capire le loro tecniche, tradizioni, rispettarle e unendo i diversi know how, creare un mix per poterli rendere indipendenti e non dipendenti da noi, aiutare a programmare il lungo periodo, far si che crescano e vedano le loro potenzialità.

Tramite la mia esperienza sto imparando molto, imparo a mettere da parte la mentalità occidentale e a lasciarmi trasportare da questi mix di culture. Solo così riusciamo a creare rapporti di fiducia con i nostri beneficiari e riusciamo a portare avanti progetti trasmettendo loro più conoscenze possibili. Per questo non ci fermiamo solamente a costruire dei pozzi o creare centri di trasformazione dei prodotti agricoli, ma puntiamo parallelamente sulla loro istruzione, donando borse di studio per frequentare dei corsi specifici, o ancora sostenendo training che spaziano dal marketing al capacity building, fino ad arrivare a training con tecnici che insegnino loro come lavorare meglio i campi, mantenere e utilizzare i diversi macchinari, piuttosto che imparare a gestire i pozzi che costruiremo e lasceremo.

rompere le cateneLa cooperazione deve in un certo senso fermarsi e iniziare a mettere in discussione il concetto di progresso: si ritiene che esso sia positivo per tutti, a priori. Si affiancano grandi idee moderne e innovative a un concetto di progresso che risale ai tempi del colonialismo, in cui si parlava di “civilizzazione”. In nome dello sviluppo si agisce per imporre nuovi modi di vita. In nome della cooperazione e dello sviluppo si fanno grandi o piccole battaglie senza capire che, con il miglioramento della vita di alcuni si sta condannando a morte qualcun’altro.

Sviluppo, invece,  è creare una nuova situazione di vita migliore o avanzata: e, la maggior parte delle volte, vuol dire semplicemente riorganizzare e migliorare le tecniche già presenti. Punto fondamentale da cui poter ripartire per dare una svolta alla cooperazione è, secondo il mio punto di vista, l’ambito dell’informazione e della comunicazione. Questo deve avvenire sia nei Paesi occidentali sia in loco. Siamo sommersi quotidianamente da mail, volantini, brochure, richieste di abbonamento e donazioni ma troppo spesso non passano i contenuti, non passa l’impegno e le difficoltà di chi sta sul campo, perché troppo spesso si parla solo dei lati negativi dei beneficiari, come malattie e povertà mentre si dovrebbero sottolineare le potenzialità e le capacità di queste persone. E ancora, l’informazione risulta fondamentale in loco: farsi conoscere, far conoscere i progetti e quanto possono davvero far sviluppare, se si creasse il mix di conoscenze giusto, raggiunto con interesse e serietà.

Per questo qui in Tanzania, dove mi trovo ora, stampiamo un giornale informativo, in inglese e in swahili, per poter raggiungere tutti, non solo i nostri beneficiari diretti, per trasmettere nozioni tecniche di quello che insegniamo e costruiamo, affiancate a interviste dirette di chi partecipa quotidianamente alle nostre attività. E per l’Italia, cerchiamo di trasmettere tutto questo, il progresso del progetto e cosa accade in loco attraverso un blog: solo così, con la trasparenza totale riusciamo a far sostenere l’ong e i progetti stessi. Purtroppo c’è ancora molta corruzione in questo campo: molti sono gli scandali di cui si sente parlare, sprechi di soldi, “strane” partnership (tra chi vuol salvare l’ambiente con compagnie petrolifere, ad esempio). Il mio consiglio è di appassionarvi a una realtà, una ong o associazione, e investire in un viaggio per andare a visionare il progetto, a conoscere chi ogni giorno lavora, discute, sorride, che siano questi i cooperanti o i beneficiari: è un investimento di cui ne vale la pena, che vi farà vedere come davvero con poco si riesce a cambiare, a migliorare la situazione di alcune migliaia di persone.

Personalmente ci credo, credo nell’Africa e negli Africani: si, a volte è davvero dura, indubbiamente sono lontano da casa, diversa cultura e diversa lingua, ed è anche capitato di ritrovarmi in una guerriglia urbana dove ti muoiono persone accanto, ma la forza di volontà e il crederci è forte e le mille difficoltà diventano una sfida positiva per dire: ok, proviamo a trovare una soluzione!

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